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muri influenti

vitomora | 10 Settembre, 2009 14:28

All'età di sedici anni circa, scrissi a caratteri cubitali, con pittura bianca e pennello(come si faceva una volta), su un muro vicino alla casa in cui abitavo:
"Affronta la vita come vuoi tu, non come te la impongono gli altri"
A parte il fatto che mi sono sempre chiesto quanto questa affermazione fosse corretta dal punto di vista grammaticale, e, ovviamente, quanto fosse politicamente ben formulata, a distanza di tanti anni mi domando anche altre cose: per esempio, quale effetto possa avere avuto sulla mia psiche vedere tutti i giorni per una quindicina d'anni quelle parole tatuate su quel muro.
Credo sia fuori di dubbio che qualche effetto lo abbiano prodotto e ci sono prove sia teoriche che pratiche per dire questo:
il mercato delle immagini ha studiato a fondo il problema e lo si vede per esempio nell'uso massiccio e ripetitivo di uno spot pubblicitario in tv, nelle strade, nelle stazioni, ma gli esempi sono infiniti; dall'altro lato non posso non costatare quanto sia ancora importante per me cercare di vivere senza cedere alle imposizioni, cercare una via indipendente ed originale, per quello che si può, nelle scelte di tutti i giorni e di tutti i mesi.
E' sempre più ovvio nella mia testolina che tutto quello che ingurgito giornalmente, dal cibo alle informazioni, dai suoni ai colori, andrá a formare quello che diventerò, e che quindi adesso, sono, per buona parte, fatto di quello che ho inserito fino ad oggi nel mio corpo e nella mia mente, di quello che ho letto, ascoltato, baciato o leccato.
E' sempre più chiaro il collegamento corpo/mente. Se mangiamo, per dire, una fetta di pane con la nutella, non solo metteremo nel nostro sangue, e quindi in tutti gli angoli e anfratti del nostro corpo, sostanze chimiche sicuramente non salutari, ma andremo anche ad influenzare la nostra chimica delle idee, cioé oltre che inquinare chimicamente il cervello tramite il sangue, lo inquiniamo anche con le teorie ideologiche rinchiuse dentro un barattolo di nutella, perché, un barattolo di nutella, é ovvio, é stracolmo di idee, provate a chiedere al negoziante che ve l'ha venduto quanti ideamilligrammi di idee(malsane) ci sono in un pacchetto di Fonzies.
Tanti.

 

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straniero IN casa propria

vitomora | 01 Settembre, 2009 22:13

Testo attacchinato nel paesino in cui abito:

"Sono straniero, forestiero, vengo da fuori, non sono nato qui, non sono "ü figiü di...".
Mio padre era calabrese, terrone, della bassa. Non sono indigeno, non parlo il dialetto perchè sono di una varietà importata, di una cultivar non autoctona, sono di un'altra razza. Non sono a casa mia, sto all'estero, non in vacanza però, ho qua la residenza ma vivo altrove, son di passaggio, dicono. Abito nella stanza degli ospiti e, prima o poi, me ne dovró andare nella mia terra e poi sotto terra, da dove vengo. Il colore della mia pelle è scuro, meticcio, nero, giallo o bianco sporco, sono più basso della media ed anche più alto. Sono dentro un CEI e sono arrivato qui senza chiedere il permesso, ho pagato, sono clandestino, mussulmano o buddista, hare krishna, zingaro, selvaggio, ho un altro odore, mi lavo poco. Sono omosessuale, lesbica anche. Sieropositivo. Sono arrivato qui perchè c'è bisogno di gente come me, forza lavoro, lavoro sporco, lavoro che qui non si fa più. Sono venuto a rubare il lavoro, prendo un dollaro al giorno, sono ricattabile e il contratto sta scadendo. Non ho passato, non ho radici e la macchina targata TO.
È per questo che sono un po' spaesato, alla ricerca di un paese, di una famiglia, di altri stranieri credo. È per questo che ho scritto questo foglio, per sentirmi a casa, non per integrarmi o per essere tollerato ma solo per trovare ed esprimere la mia diversità."

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fare una cosa sola al giorno

vitomora | 29 Agosto, 2009 10:04

ma farla bene, che quando alla fine della giornata vai a letto e ti chiedi "Cosa ho fatto oggi?" sai perfettamente cosa rispondere.
Oggi ho scritto questo articolo.

 

  

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costruire muri (a secco)

vitomora | 26 Luglio, 2009 19:12

 

muro a secco con cerchio

 

Faccio muri,
mosaici.
Niente mattoni,
solo storte pietre.
Facce scalfite,
niente in bolla.
Tutto storto, tutto dritto.
Senza piombo, senza filo,
secco secco, secco secco.

Ascolto e ricordo quando parlavi della (sostanziale) differenza
tra fare un muro a secco con le pietre e fare un muro a cemento con i mattoni.
Poesia, libertà, senso di felicità. 

 

 

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pubblicità

vitomora | 17 Luglio, 2009 22:06

Si, la libertá.
Credo si debba cercare e sperimentare la libertá.
Non é il paradiso e non é l´inferno, puó essere tutt´e due.
Puó essere la noia, la violenza, ma ovviamente anche gesti dolcissimi, i piú dolci.
Nella libertá c´é l´arte, il resto é l´esticamente bello o il
politicamente corretto.
Ed é vero, la libertá é strana, é strano da dire, ma é cosí.
Tutte le volte che ci dicono che siamo strani, in quei momenti, sappiamo che siamo sulla strada buona, costi quel che costi.
Non voglio essere strano a tutti i costi, viene da sé.

Avanti col prossimo post 

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non ci credo

vitomora | 25 Giugno, 2009 21:07

Sto frequentando tardivamente l´universitá.
Avrei tante cose da dire....
Una delle tesi piú sbandierate da molti professori e professoresse é questa:
"Non puoi rompere i codici del linguaggio, non puoi andare oltre, se prima non li conosci, se prima non lo conosci il linguaggio".
Tutti gli studenti prendono per buona questa tesi anche perché sembra proprio vera. Sembra logicamente vera, inoppugnabile, ma secondo me é falsa o almeno, non é vera.
Direi anche di piú, secondo me, é molto probabile che la veritá si possa trovare nella tesi contraria e cioé:
"Si é piú liberi di rompere gli schemi del linguaggio quando non conosci esattamente il punto di rottura, in sostanza meno conosci il linguaggio piú hai la possibilitá-capacitá di andarci oltre".
Per cercare di rendere l´idea di quello che voglio dire devo guardare alle mie esperienze.
Se analizzo le vicende degli ultimi 20 anni anni della mia vita vedo che mi é capitato tante volte di aver agito senza la conoscenza, o che la conoscenza arrivasse attraverso l'azione, un processo inverso a quello insegnato dai professori. Per esempio, mi sono approcciato alla musica senza conoscere né la teoria musicale né la sua storia, un approccio istintivo, probabilmente limitato(ma quale approccio non lo é?) che non si preoccupava del linguaggio e del suo superamento ma inventava il linguaggio nell'ignoranza. Oggi, che il linguaggio presumo di conoscerlo meglio perché lo studio(e capirai!), non posso non riconoscere che nonostante queste lacune cognitive e forse proprio per questo, io mi sentissi molto libero nella relazione con lo strumento, e con le note. Non mi ponevo il problema di quale fosse il limite oltre il quale il linguaggio sarebbe stato superato, a limitare il mio rapporto con la musica c´erano le convenzioni e la morale di questa societá. In altre parole quando prendi una chitarra in mano e da perfetto ignorante non sai che per comporre un accordo di "Do" devi mettere il dito indice in un determinato posto, il medio in un altro e l´anulare in un altro ancora, quando al massimo sai che Hendrix teneva il manico della chitarra a destra, non significa che non puoi suonare, anzi, quando non sei condizionato dalle teorie e dalla storia, é proprio questo il momento in cui la massima creativitá puo essere espressa.
Ho "cantato" in tre gruppi senza aver mai studiato canto, e si sentiva, senza aver mai studiato il modo di muovermi sul palco, e si vedeva, ma se ascolto quello che urlavo o ricordo quello che facevo sul palco, mi rendo conto della enorme libertá improvvisativa, una libertá che generava linguaggio, che lo superava e che superava anche il superato.

C´é qualcuno che puó suggerirmi un libro su questo tema?

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lavorare con lentezza e gratis

vitomora | 17 Maggio, 2009 12:11

Sto lavorando gratis.
Sto facendo questo.
Non sto lavorando gratis per dei porci capitalisti, questo non lo farei mai, sto lavorando gratis per amici.
Instaurare rapporti non mediati dal denaro é un´esperienza che consiglio di fare a tutti, per capire quanto siamo condizionati da questo modello economico che imbeve ogni momento della nostra giornata.
Uccidi il capitalista che c´é in te é una bella impresa.
Lavorando gratis ci confrontiamo con la nostra anima mercantile che monetizza ogni secondo della nostra vita, che ci obbliga a relazionarci agli altri in termini di convenienza e di opportunismo, che ci obbliga a stare in guardia dallo sfruttamento, a pararci il culo.
Ti avviso, lavorare gratis ti puó far sentire un idiota.
E come infatti, non lo dico tanto volentieri qui in paese.
Veramente gratis gratis non lo é. Ho chiesto qualcosa in cambio.
In cambio di questo lavoro ho chiesto libertá, ho chiesto di farlo come voglio io e senza fretta.

Regalare é moooolto piú impegnativo che barattare, scambiarsi le ore.
Il regalo é vero solo quando non vuoi niente in cambio, nel profondo. Regali perché pensi che sia giusto cosí ebbasta. Senza interessi e senza non interessi.
In questo momento sono piú o meno a metá dell´opera, ho superato piccoli momenti di perplessitá tenendo a bada i cattivi pensieri, ma sono contento.
Fare muri a secco mi piace e questo aiuta molto.
E poi, comunque, sono ricompensato da molte cose:
-le emozioni di vederlo crescere
-il riconoscimento di aver fatto qualcosa di utile
-il piacere di andare controcorrente
-varie ed eventuali

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sbandato e felice

vitomora | 16 Maggio, 2009 09:14

Mi sento fuori schema.
Mi sento come se non appartenessi ad una precisa categoria sociale, culturale e politica. Che in teoria dovrebbe essere una bella cosa.In teoria.

Se mi chiedono che lavoro faccio non so cosa rispondere, ho delle evidenti difficoltá a rendere l´idea. Dico che cerco l´essenziale.
Sono un´essenzialista?

I miei capelli adesso sono corti ma li lascio crescere fino a che non mi rompono i coglioni, e quindi li taglio. Molte persone tengono il loro taglio di capelli sempre quello, per decenni.
Non sono stabile.

Alcuni pensano che io non abbia problemi economici, invece i soldi sono forse la mia preoccupazione principale e non perché non so come gestire i capitali, ma perché non sono capace a vendermi.

Se mi chiedete che musica preferisco, balbetto.
Ci sono stati periodi della mia vita in cui ho avuto le idee veramente molto chiare, dal 1980 al 1995 non avrei avuto problemi a rispondere.
Stessa cosa se mi chiedete di cinema, difficile districarsi tra i milioni di film che si vedono ogni anno. Ricordo a fatica le trame, piú che altro ricordo le sensazioni che mi hanno lasciato. E' raro trovare un film che mi cambi la vita per piú di mezzora.
C´é Loach come salvagente, sempre pronto a tirarmi fuori dall´impaccio, grazie Ken, se smette di fare film lui, dovró cercare un sostituto, un´impresa. Che poi non é che Ken Loach mi piaccia piú cosí tanto, lo si guarda per partito preso, come si ascoltavano i Wretched o i Kina.

Non so come vestirmi, cioé mi vesto cosí come capita, ma non casual, non so se mi spiego.
Ho delle maglie che hanno 20 anni di vita, ma continuo a metterle perché non trovo di meglio in giro. Guardando le vecchie foto mi rendo conto di come io stia invecchiando insieme ai miei vestiti.
Ho avuto anche in questo campo le idee chiarissime in passato, ero riconoscibile, raggruppabile, catalogabile, adesso no.Un po' mi spiace.

Sono disoccupato ma non risulto in nessuna statistica, e per di piú non cerco lavoro.
Questo é anche preoccupante. Le politiche lavorative non mi contemplano, detto tra di noi, un po' di cassa integrazione me la farei anche volentieri.

Studio, cioé sono uno studente ultraquarantenne spesso in incognito, e faccio muri a secco che non ci crede nessuno e non c'ho neanche il fisico; studi e lavori anacronistici che descrivo con difficoltá.

Non é facile vivere in queste condizioni. Ma credo di farcela.

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licenziarsi è un po' come morire

vitomora | 04 Maggio, 2009 20:45

Ci sono, a grandi linee, 4 modi per approcciarsi al mondo del lavoro:
1)Dedicarsi animo e corpo al proprio compito, accettarlo, non farsi domande e cercare di fare carriera, a tutti i costi;
2)Trascinarsi stancamente giorno dopo giorno in un'attività della quale non te ne puó fregare di meno, perchè non vedi alternative, perchè hai bisogno dei soldi, perchè non sapresti cos'altro fare, perchè tanto mancano pochi anni alla pensione, eccetera eccetera;
3)Portare a lavoro tutto te stesso, tutto quello in cui credi, non nasconderti, combattere quello che non è secondo te giusto, manifestarsi, in pratica, lottare.
4)Licenziarsi.

Alla stessa maniera, a grandi linee, ci sono 4 modi per approcciarsi alla vita in questa società:
1)Accettarla come la migliore possibile e quindi lasciarsi andare in questo turbinio capitalistico di sfruttamento e sopraffazione;
2)Vivere al ritmo del proprio lamento, smettere di sognare, eventualmente non andare a votare, ma intanto cercare di mettere da parte i soldi per una piccola vacanza;
3)Cercare di resistere, realizzare quello in cui credi, lottare per una vita degna di essere vissuta, manifestarsi nelle proprie pecularità, esprimere quello che si é;
4)Suicidarsi.

Credo che per esprimere appieno il punto 3, che ovviamente sarebbe l´approccio piú auspicabile,  dovremmo smettere di aver paura.
Nel mondo del lavoro significa non aver paura di essere licenziati, nella vita significa non aver paura di morire.
È la paura di essere licenziati che ci frega, è la paura di morire che ci fotte.
Paradossalmente é proprio in quel momento, quando cioé hai deciso di licenziarti o di suicidarti che puoi vivere piú liberamente un´attivitá lavorativa e la vita.

Io, quando mi sono licenziato, ho perso una grossa occasione.
Avendo sconfitto la paura d'essere licenziato, potevo in quel momento veramente portare me stesso nel mondo del lavoro e combattere con tutte le mie possibilità per quello in cui credevo, e non l´ho fatto.
Ma da questa esperienza ho capito che, per vivere degnamente questa vita, devo sconfiggere la paura della morte.
Minchia......

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tremare

vitomora | 23 Aprile, 2009 11:02

Nel 1993(tutto accadde nel 93), con una parte della liquidazione (vedi "mi hanno fregato"), me ne sono andato in India per ritirarmi, un mesetto,
in un notissimo ashram indiano.
Durante la partecipazione ad una “three days full immersion
meditation”, un viaggio nelle recondite regioni di me stesso, un
disastroso terremoto faceva qualche decina di migliaia di morti e
feriti nella illusoria vita materiale dell'India.
BOMBAY. 1 Ottobre 1993.
“Una tragedia umana di dimensioni inimmaginabili”.
Cosi’ i primi soccorritori hanno definito il terremoto che alle 4 della
notte di mercoledi’ ha devastato una zona centrale dell’ India, nello
Stato del Maharashtra. Le vittime sono almeno 16 mila, i feriti 10
mila, e il bilancio finale rischia di essere ancora piu’ grave. Sotto
le macerie ci sono ancora migliaia di corpi intrappolati e i soccorsi
fanno fatica a raggiungere questa area isolata, dove centinaia di
villaggi sono rasi al suolo. In alcune metropoli, come Bombay,
Madras e Hyderabad, le scosse (di 6,4 gradi della scala Richter)
non hanno provocato danni ma terrorizzato la popolazione, che ha
trascorso la seconda notte all’ aperto per paura di nuove scosse.
Fonte:Corriere.it
Io, come gli altri occidentali, non mi sono accorto di niente,
probabilmente perchè alloggiato in un moderno edificio piramidale
in cemento armato o forse perchè considerai il movimento tellurico
eventualmente avvertito, un riflesso del mio sconvolgimento
interiore.
Dopo tre giorni esco dall'ashram, illuminato, ma ignaro di quello
che era successo.
La famiglia dall'Italia era preoccupata ed io non mi facevo vivo.
Girovagando per la città ho notato qualche palazzo crollato e
un po' di trambusto ma non ho dato peso a quello che vedevo,
d'altronde l'India può essere anche questo.
Mi stavo approssimando all'ingresso dell'ashram quando sono
stato avvicinato da un gruppo di persone che avevano allestito un
tavolo, simile a quello che si fa per la raccolte di firme qui da noi.
Annoiato e circospetto mi avvicino.
Improvvisamente, come se l'effetto della full immersion fosse
terminato, mi sveglio dal torpore mistico: erano studenti indiani che
raccoglievano fondi per i terremotati e mi chiedevano di affiggere
un manifestino-appello all'interno dell'ashram. Dicevano che non era permesso loro l'accesso a quel luogo. Offro una mazzetta di denaro
(5000 lire circa) e mi faccio dare un manifestino assumendo un'aria responsabile.
Entro nell'ashram e a fatica trovo un posto dove attacchinare il
messaggio.
Sento una grande distanza tra l'interno e l'esterno.
Tra me e l'hashram.
Mi sento una merda.



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