il mio 68 é l’88

Mi è stato chiesto di scrivere qualunque cosa sul ’68, ma non posso scrivere del ’68, non sono esperienziato, ho perso il treno, ho visto l´autobus partire, la nave é salpata senza me, il check-in era giá chiuso e a Valle Giulia sono arrivato che i sanpietrini erano di nuovo tutti al loro posto.
Il ’68 per me non è esistito.

Ero invece presente nell´88.

Nel 1988 occupammo Sobbalzo, che non era la Sapienza e neanche il Virus, ma per noi quello era il nostro Maggio francese, era l’inizio e la fine della nostra rivoluzione e c’era anche chi ci credeva.

Posso parlare dell’88, che ne so qualcosa, non però a Parigi, a Berkeley o Roma, ma ad Imperia, in Piazza S.Francesco da Paola, al numero 68, primo piano a sinistra, essì perchè quell’edificio, il Palazzaccio, non riuscimmo mai ad occuparlo tutto, era troppo grande per le nostre paure.

Il lato destro, è vero, diventò poi nostro, ma al piano di sopra ci abitava un tipo strano, messo lí dall’amministrazione comunal-condominiale, una specie di portiere, pancia gonfia, Ape 50, una guardia sdarrupata, poco raccomandabile, un muro invalicabile, dovrebbe essere già morto.

Quando entrai la prima volta in quel palazzo, del ’68 sapevo pochissimo, e non ero l’unico, diciamo la verità, eravamo in tanti ad essere ignoranti.

Nel 1968 avevo sei anni, durante il Maggio, sei anni e quattro mesi, e mentre altri facevano le barricate io facevo le stanghette, ed ero senza opinioni, ero beato. Vent’anni dopo però noi ci ritrovammo con le chiavi del paradiso in mano, aprimmo e conobbi Marco Beltrami che mi disse: “Ciao, mi piace sapere con chi faccio le cose, mi chiamo Marco” porgendomi la mano, “Io sono Vito, piacere”. Qualche mese dopo involontariamente quasi mi accecava. Ma non era per questo che il mio rapporto con lui non funzionava. Adesso in Paradiso lui ci sta davvero, ed è anche in buona compagnia.

Oltre lui, conobbi tanta gente e anche la storia, feci un po’ di storia, fotografie, scrivemmo alcune delle più belle pagine della storia italiana. Come quel giorno in cui arrivando al Centro, sopra al portone d’ingresso c’era un tipo, in piedi, in equilibrio precario, sul davanzale della finestra, che pisciava sulla piazza sottostante, schivai lo zampillo ed entrai. Oggi quel tipo, vestito bene, giacca e cravatta, gira per Imperia e parla amabilmente con non so chi. Non era uno di noi, era un reazionario.

Eravamo tutti là dentro, tutto il nostro mondo stava lì, stipato, le sale erano stracolme, le persone ammassate una sopra l’altra, muri di corpi ardenti, che urlavano, scopavano, mangiavano, briciole dappertutto, le stanze erano senza muri, si sentiva tutto, l’immaginazione era al potere e anche la demenza.

Il tempo non esisteva, quell’88 è durato mille anni, una vita. E c’è chi c’è rimasto.

Ci facemmo le osse dentro quel sobbalzo, conoscemmo l’amore folle e il sano odio, l’anarchismo, il comunismo e il situazionismo, ma stavamo tutti insieme ed era questo il bello, finchè è durata.

Quelli che avevano fatto il 68 venivano nel Centro quasi di nascosto, sbirciavano, sfogliavano l’album dei ricordi, facevano domande, volevano capire, valutare, interpretare, ma a parte qualche eccezione rara, tenevano le distanze, ed alcuni li abbiamo anche cacciati.

Di settantasettini invece ce n’eran tanti, anche troppi forse. Avevano le idee chiare, troppo chiare rispetto a tanti che invece non sapevano di mezzi e fini ma vivevano il momento, e basta.

È là dentro che conobbi Franco Di Fiore, mio maestro, là dentro vennero i Negazione, a suonare attaccati al soffitto come ragni, in una stanza 4 per 4, sopra un lago di sudore, ho ancora i lividi. Conobbi uno, cento, mille geni e folli, alcolizzati, lucidi pensatori, un giorno arrivò anche un santone e fors’anche un terrorista in fuga, che ci fece il predicozzo perché si giocava a dama, o forse, ancora peggio, a scacchi. Là dentro nacque la Lega dei Furiosi, mica il Cespim.

Con l’Egregio, gestivo una stanza dentro il Sobbalzo, luogo di distribuzione di contro-informazione: libri, riviste, dischi, pezzi che oggi valgono oro al mercato dei collezionisti (brutta gente). Noi ce ne fregavamo del mercato, regalavano anche, e se ci rubavano qualcosa eravamo fin contenti, cosí imparavano. Era cosí tanto frequentata quella stanza che ce la facevano spostare in base alle necessitá: traslochi strategici. L’Assemblea con l’a maiuscola, ci metteva dove c’era bisogno ci fosse gente e se c’era una riunione dovevamo tenere chiuso.

Io stavo sempre lá, anche quando uscivo per andar a controllar biglietti, non volevo perdermi niente, ma mi sono perso tanto, succedevano troppe cose, mi sono perso per esempio le botte tra autonomisti e canisciolti. Ma che dico? Era giá il ’90.

Dentro Sobbalzo non c’era il male e neanche il bene, non c´era dualità, si sperimentava la libertà. Le idee erano tante quante i suoi frequentatori, era un casino, le assemblee erano senza regole, si urlava da sopra le sedie per farsi sentire, ma alla fine qualcuno decideva anche per tutti, all’unanimità e i timidi stavan zitti.

I muri pieni di autentici capolavori, anche un tipo con un cazzo in testa, spazio libero perchè occupato, nè eroina nè polizia, ma non era vero, non ce la facevamo a tenerli fuori, spingevano, volevano entrare, uno spazio libero da leccarsi i baffi, sia per i tossici che per i pulotti.

Un manifesto con un carabiniere con la testa di cane e un cane con la testa di carabiniere restò solo due giorni sui muri della cittá, eravamo troppo per Imperia.

“Normalizzatevi!” urló Claudio Scajola, il sindaco, mica uno qualunque.

Piú tardi, solo piú tardi, venne la moda del muro bianco e delle manifestazioni comunali per i graffitari.

Quest´anno fanno 20 anni.

20+20 fa 40, 40+6 fa 46, il conto é giusto.


apparso su: capitalismo