citazione 6 – parlar chiaro

La gelosia è uno degli strumenti con cui si costruisce la prigione.
La gelosia nasce soprattutto dall’umiliazione che ciascuno di noi ha subito nei primi anni della propria vita quando è stato messo in ginocchio, piangente, di fronte a una qualsiasi immagine dell’autorità. Questa stessa immagine-fantasma è l’antagonista occulto che ci accompagna, angelo custode all’aspetto di Frankestein, pronto a rinnovare la sua impresa spezzandoci nuovamente nell’umiliazione; ed ha come alleato la parte di noi che, per avere già acconsentito, sa di poter cedere nuovamente. In questo senso la vera paura celata dalla gelosia è quella del tradimento di noi stessi, non già di quello altrui. Ancora, essa nasce dall’immagine culturale, patriarcale e cristiana in particolare, della donna come proprietà da difendere e della sua (per il tutto una parte) vulva come ricettacolo passivo. In questa logica noi raffiguriamo noi stessi come i soli autorizzati allo stupro: dagli altri temiamo lo stesso stupro che noi immaginiamo di poter compiere legalmente.
Così ancora una volta si umiliano il corpo e l’amore, e si rinnega prima di tutto in sé e poi negli altri il fuoco che accende di vita il corpo e gli dona tutta la grazia della divinità.
Nella visione pornografica cristiana dello stupro e del sesso, inteso come peccato e cosa immonda, sta la chiave della nostra avarizia prima di tutto nei nostri confronti e poi in quelli degli altri.
Insomma, la gelosia umilia chi è geloso doppiamente: prima di tutto perché lo inginocchia di fronte ad un fantasma del passato, ripetendo così una esperienza traumatica infantile; e poi perché avvilisce l’oggetto d’amore così che, tradito l’amore, si trasformerà in oggetto di disprezzo.

da “Psicopatologia del non vissuto quotidiano” di Piero Coppo

LA GELOSIA

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boh al quadrato

non devo fare niente
non c’è niente da fare
lascio fare
mi arrendo

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boh

non capisco
smetto di voler capire
non c’é niente da capire
non so nulla

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parlare d’amore su autistici

Mi trovo a dover soffocare un amore enorme verso una persona.
Dove devo mettere questa energia?
È la prima volta che mi succede di dover mettere sotto controllo, reprimere, una energia cosí grande e forte che se sta li, dentro e attorno a me, che tocco, consolo, rassicuro, annaffio di lacrime.
Mi dicono di trasformarla in qualcos’altro, profonda amicizia, per esempio. Significa portarla da un chakra ad un altro?
Insieme all’amore sento tutto il vuoto di una relazione finita, che mi manca.
Mi dicono che bisogna lavorare sull’attaccamento, che vuol dire che non bisogna attaccarsi ad un persona, ma che bisogna lasciarla libera. Lo so che dovremmo evitare di dipendere da un’altra persona, che non ci appartiene, lo so cazzo, LO SO!.
Ma io, io posso appartenermi, o deve staccarmi anche da me stesso? Dei miei bisogni cosa ne faccio? Conta qualcosa quello che voglio? Mi sembrano tutte parole, solo parole. Ho l’impressione che alla fine l’unica cosa che bisogna imparare a fare è gestire la sofferenza. Gestire il dolore. Che non è una cazzata, mi sembra ci voglia una vita.
Ho imparato in parte a spostare le energie del mio corpo, i pesi, da una parte all’altra, da una gamba all’altra, fargli attraversare tutto il corpo, per trovare un equilibrio ad esempio, o per resistere maggiormente in una posizione. Mi chiedo se anche con l’energia dell’amore si può fare altrettanto.
Forse si, ma prima devo capire dove abita: nella testa? nel cuore? nella pancia? nel sesso? o dapertutto. Io credo che se ne stia rintanata in ogni parte di me, e allora forse la soluzione è portarsela sempre dietro, fargli fare quello che vuole, stringere amicizia. E mostrarla.
Perchè trasformarla o farla morire?
Io me la voglio tenere.
L’amore non è il problema.

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